L'Ultimo Inquilino del Rione da DemolireB2Daily LifeListen to the whole story6 key wordsKey VocabularyRoma, ottobre 1963.Translate paragraphNel rione Corvino, solo una finestra aveva ancora le tende — quelle di pizzo giallo, ormai ingiallite dal tempo e dal fumo, che Carmela Fabrizi appendeva ogni primavera da quarantadue anni. Gli altri palazzi del blocco erano già stati svuotati: i Moretti al secondo piano, la famiglia Russo con i cinque bambini, persino il vecchio Ernesto, che giurava che non si sarebbe mosso neanche se fossero venuti con i carri armati. Invece se n'era andato anche lui, in agosto, con una valigia di cartone e uno sguardo spento che non incrociava quello di nessuno.Translate paragraphCarmela era rimasta. Era l'ultima sentinella di un mondo che stava svanendo sotto i colpi del piccone.Translate paragraphQuella mattina — martedì 14 ottobre, giorno che il Comune aveva fissato come termine ultimo per lo sgombero — si era alzata alle sei come sempre. Aveva messo il caffè sul fuoco, ascoltando il gorgoglio familiare della moka, e aveva aperto la finestra per guardare la piazza. La piazza non c'era più nel senso in cui l'aveva conosciuta: il bar di Ambrogio aveva la serranda abbassata da tre mesi, la fontanella in travertino era stata disattivata e la chiesa di San Filippo Neri aspettava anch'essa il suo destino, avvolta in un silenzio innaturale. Il progresso, dicevano, richiedeva spazio. Ma per Carmela, quel progresso aveva il sapore amaro della polvere e dell'oblio.Translate paragraphMarco Setti arrivò alle nove e un quarto, con venti minuti di ritardo. Era un giovane geometra del Comune — ventisette anni, cartella di cuoio marrone, un'aria stanca di chi preferirebbe essere altrove. Aveva già gestito questo tipo di incarichi due volte: a Testaccio, poi a Pigneto. Ogni volta si ripeteva che ci si sarebbe abituati, che era solo burocrazia, che le case erano vecchie e insalubri. Eppure, ogni volta, il peso di quelle vite interrotte gli premeva sul petto.Translate paragraphCarmela aprì la porta prima ancora che lui bussasse. «Lo sapevo che sareste venuti stamattina,» disse, senza salutare. «Entrerete?»Translate paragraphMarco entrò. L'appartamento era piccolo — due stanze, un corridoio, una cucina — ma curato con quella precisione che appartiene solo a chi ha vissuto a lungo in poco spazio. Sul tavolo c'era una tazza di caffè già pronta, fumante.Translate paragraph«Signora Fabrizi, lei sa perché sono qui. Il decreto è esecutivo.»Translate paragraph«Lo so benissimo.» Si sedette senza invitarlo a fare altrettanto. «E le dico quello che ho già detto ai suoi colleghi: ho settantaquattro anni, sono nata in questo appartamento, e non ho intenzione di morire in un palazzo nuovo al Tiburtino, tra mura che non sanno chi sono.»Translate paragraphMarco aprì la cartella e posò i documenti sul tavolo con delicatezza, come se stesse maneggiando qualcosa di fragile. «Il risarcimento copre un appartamento di superficie equivalente, più le spese di trasloco. È una sistemazione moderna, con riscaldamento centralizzato.»Translate paragraph«Non si tratta di metri quadri, ragazzo mio.»Translate paragraphCi fu un silenzio denso, in cui si sentiva solo il rumore di un piccione sul davanzale. Marco guardò le pareti: erano tappezzate di ricordi, di segni, di vita vissuta.Translate paragraph«No,» disse Marco alla fine, piano. «No, immagino di no.»Translate paragraphCarmela lo guardò per la prima volta davvero. Era giovane, questo geometra. Aveva le mani di chi non aveva ancora fatto niente di definitivo con la propria vita, mani che non avevano ancora costruito nulla di duraturo. «Lei ha mai perso qualcosa che non poteva essere sostituito?»Translate paragraphMarco pensò a suo padre, morto tre anni prima, e alla casa di famiglia venduta in fretta. «Sì,» disse solo.Translate paragraph«Allora capisce.»Translate paragraphQuello che seguì non fu una trattativa, ma un atto di testimonianza. Carmela gli mostrò il segno sul muro della cucina dove aveva misurato l'altezza di sua figlia ogni anno dal 1931 al 1950. Gli mostrò la crepa sul soffitto che aveva la forma, se ci si metteva d'impegno, di una barca a vela. Gli raccontò di suo marito Attilio, che aveva riparato il terzo gradino della scala nel 1948 e che nessun condomino aveva mai sostituito perché, in fondo, era ancora perfetto.Translate paragraph«Il gradino è ancora lì,» disse Carmela con orgoglio. «Probabilmente reggerà ancora trent'anni. Quando abbatteranno questo palazzo, abbatteranno anche il lavoro di mio marito. Non esisterà più da nessuna parte. Capisce? Come se non fosse mai stato fatto.»Translate paragraphErano le undici quando Carmela disse, con una voce più stanca che rassegnata: «Va bene. Venga a prendermi giovedì. Devo fare le valigie.»Translate paragraphMarco stava raccogliendo i documenti quando lei aggiunse: «Mi porti una fotografia. Del gradino, intendo. Prima che lo buttino giù.»Translate paragraph«Certo,» disse lui. Non sapeva se sarebbe stato davvero possibile — c'erano procedure, squadre che lavoravano secondo un calendario fisso. Ma lo disse lo stesso, come una promessa solenne.Translate paragraphQuella sera, nell'appartamento che il giovedì sarebbe stato ufficialmente abbandonato, Carmela mangiò da sola con il televisore acceso e le tende di pizzo giallo che filtravano la luce. Fuori, i lampioni del rione erano spenti da mesi. Dentro, la luce era ancora quella di sempre, calda e ostinata.Translate paragraphBeginner storiesGraded readersShort storiesDaily Life storiesThe app has 200+ Italian stories. Keep reading.Continue in the appFree to try · iOS & AndroidComprehension checkComprehension Questions0 of 3 answered1Why does Carmela refuse to leave her home initially?CShe has nowhere else to live in Rome.BHer house contains memories and a history that she feels cannot be replaced.AShe is waiting for more money from the municipality.2How does Marco Setti feel about his job as a surveyor for the municipality?CHe feels the emotional weight of interrupting people's lives.BHe feels indifferent because it is just a routine task.AHe feels empowered by his role in modernizing the city.3What does the broken step represent to Carmela?CIt is proof that her landlord neglected the building for many years.BIt is a sign that the building is in dangerous condition.AIt is a symbol of her husband's enduring work and their shared family history.Check your understanding before you move on.ResetCheck answers