Prosesi Ular di Cocullo
B1 · Culture & Travel
Sara era una giornalista di Roma. Lavorava per una rivista di viaggi e il suo capo le aveva dato un compito semplice: scrivere un articolo sulla Processione dei Serpenti di Cocullo. Facile, aveva pensato. Una vecchia festa di un piccolo paese. Ci vado, faccio qualche foto, scrivo qualcosa di carino e torno a casa.
Ma quando arrivò a Cocullo la sera prima della processione, capì subito che aveva sbagliato. Il paese era pieno di gente. C'erano famiglie che venivano da tutto l'Abruzzo, turisti stranieri con le macchine fotografiche, bambini che correvano per le strade strette. E dappertutto, nei discorsi della gente, c'era una sola parola: serpenti.
Il mattino dopo, il primo giovedì di maggio, Sara si alzò presto. La piazza davanti alla chiesa era già affollata. Cercava un'angolazione originale per il suo articolo — qualcosa di diverso dalle solite descrizioni della festa — quando vide un vecchio seduto su un muretto di pietra. Era piccolo e magro, con le mani grandi e le rughe profonde. Teneva in grembo una borsa di tela. La borsa si muoveva.
«Sono serpenti,» disse l'uomo, senza che Sara chiedesse niente. «Mi chiamo Tonino. Sono un serparo da sessant'anni.»
Sara fece un passo indietro, sorpresa. «Sessant'anni?» «Mio padre era serparo. E suo padre prima di lui.» Tonino aprì la borsa un poco e Sara vide il luccichio di una pelle grigia. «Questi sono cervoni e bisce. Non sono velenosi. Li prendo nelle campagne intorno al paese, a marzo e aprile. Poi li porto alla processione.»
Sara tirò fuori il taccuino. «E i giovani del paese? Anche loro lo fanno?» Tonino scosse la testa lentamente. «I giovani vanno via. Vanno a Pescara, a Roma, a Milano. Chi rimane non è interessato. Quest'anno, i serpari siamo solo in quattro.» Fece una pausa. «L'anno prossimo, non lo so.»
Sara smise di scrivere. «Quindi la tradizione potrebbe finire?» «Ogni anno penso: forse è l'ultima volta.» Tonino disse queste parole con calma, ma Sara sentì qualcosa di pesante in esse. Non era disperazione. Era qualcosa di più complicato: la rassegnazione di chi ha visto molte cose cambiare nel corso della vita.
Poco dopo iniziò la processione. La statua di San Domenico uscì dalla chiesa, portata a spalla dai fedeli, e subito i serpari cominciarono a mettere i serpenti sulla statua. Gli animali si arrotolarono intorno alle braccia, alle spalle, alla testa del santo. La folla guardava in silenzio, poi applaudì.
Sara fotografò tutto. Ma mentre fotografava, capiva che le sue foto non avrebbero catturato la cosa più importante: l'odore di incenso mescolato all'aria fresca di montagna, il suono lento delle campane, il silenzio strano e rispettoso della gente davanti a qualcosa di antico.
Alla fine della processione, Tonino la trovò di nuovo. «Vuole toccare uno?» chiese, indicando un serpente che teneva tra le mani. Sara aprì la bocca per dire no. Era sempre stata terrorizzata dai serpenti. Ma poi pensò a quello che Tonino le aveva detto — l'ultima volta, forse. E qualcosa la spinse a tendere la mano. Il serpente era fresco e muscolare. Si mosse lentamente sul suo braccio. Sara non urlò. Non si mosse. Respirò.
«Brava,» disse Tonino con un sorriso piccolo. Sara restituì il serpente. Le tremavano un po' le mani. Ma mentre camminava via dalla piazza, sapeva già come avrebbe iniziato il suo articolo — non con una descrizione della festa, ma con una domanda: cosa resta di noi quando i vecchi se ne vanno? Quella sera, seduta al bar del paese con un bicchiere di vino rosso, Sara scrisse per tre ore senza fermarsi.