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La Corsa dei Ceri che Non Ha Vincitori

Marco sa già come andrà a finire. Lo sa da quando aveva sette anni e suo padre lo aveva sollevato sulle spalle tra la folla di via dei Consoli, urlandogli all'orecchio come se stesse rivelando un segreto: Sant'Ubaldo arriva sempre primo. Sempre.

È il 15 maggio. Gubbio odora di pietra scaldata dal sole, di cera bruciata e di friggitorie aperte fin dall'alba. Marco è sceso dall'autobus con ancora la giacca da lavoro addosso — non ha avuto il tempo di cambiarsi a Roma, o forse non ha voluto — e si è trovato subito nel mezzo di una città che non riesce a stare ferma. Le campane suonano in modo frenetico, quasi sconsiderato, scuotendo l'aria tersa della primavera umbra. I vicoli medievali rigurgitano di gente vestita con le magliette gialle, blu e nere dei tre santi. È un mare di colori che si muove in un ritmo sincopato.

Sono cinque anni che non viene per la Corsa dei Ceri. Cinque anni di silenzio, di distanze accumulate e di domande mai poste.

La sua zia Rossana lo intercetta vicino alla Piazza Grande con l'espressione di chi ha perso il conto di qualcosa. «Finalmente», dice, senza calore né rimprovero. Solo un fatto. «Mancavi all'appello.»

Marco non risponde subito. Guarda su, verso il Monte Ingino, dove si vede appena il profilo della Basilica di Sant'Ubaldo. Lassù arriveranno i ceri, in quest'ordine preciso e immutabile: prima il giallo di Sant'Ubaldo, poi il blu di San Giorgio, poi il nero di Sant'Antonio. Così è stato per secoli. Così sarà oggi. È una coreografia che sfida la logica moderna, una danza di pesi e di fede che si ripete nonostante il mondo fuori cambi.

«Dimmi una cosa», dice a sua zia, anche se è una domanda che si porta dietro da anni. «Se sanno già chi vince, perché corrono?»

Rossana lo guarda come se avesse detto una cosa oscena. «Non hai capito niente», risponde, e si allontana verso la piazza, lasciandolo solo con il rumore crescente della folla.

La prima volta che Marco aveva fatto questa domanda, aveva dieci anni e suo padre — ceraiolo da sempre, della famiglia di Sant'Ubaldo — lo aveva guardato con un'espressione strana, a metà tra la delusione e la tenerezza. «Marco», aveva detto, «un giorno lo capirai.» Poi aveva smesso di spiegare, come se le parole non fossero lo strumento giusto per descrivere un sentimento così viscerale.

Suo padre è morto due anni fa, a novembre. Una cosa improvvisa, cardiaca. Non aveva ancora sessant'anni. E Marco aveva scoperto, andando a svuotare la casa, che in un cassetto del comodino c'era ancora la maglietta gialla, lavata e piegata con cura, pronta per una corsa che non sarebbe mai venuta.

I ceri vengono alzati verso le undici. Marco si trova nella calca di via Savelli della Porta quando succede, e non è pronto. I ceraioli — decine di uomini con le braccia intrecciate sotto la struttura di legno — sollevano il cero di Sant'Ubaldo con un grido collettivo che non è un urlo di guerra né un canto religioso. È qualcosa di più primario, qualcosa che viene dalla cassa toracica prima che dalla gola. Marco sente la vibrazione nel petto anche da lontano.

La struttura pesa quasi quattrocento chili. Gli uomini la tengono in piedi con il corpo, con la schiena, con le gambe che tremano sul lastricato medievale. E poi corrono. Corrono nei vicoli stretti, in salita, tra due file di persone che urlano e spingono e piangono — sì, piangono, Marco lo vede chiaramente — e il cero oscilla in un modo che sembra impossibile, eppure non cade mai. Non cade mai.

Marco capisce, in quel momento, che la domanda era sbagliata. Non è una gara per sapere chi arriva primo. È una dimostrazione di ciò che si riesce a fare insieme, sotto un peso che nessuno potrebbe reggere da solo. L'ordine di arrivo non è il risultato: è il rituale. È il modo in cui la città dice: siamo ancora qui, e ancora teniamo. Suo padre non veniva per vedere Sant'Ubaldo vincere. Veniva per sentire quel grido, per far parte di quel corpo unico che sfida la gravità.

Quando il cero giallo scompare in fondo alla salita verso il monte, Marco si ritrova con le guance bagnate. Non ha pianto, si dice. È solo il sudore, o la polvere, o la ressa. Ma non si convince nemmeno lui. Rossana gli si avvicina di nuovo, questa volta senza dire nulla. Gli passa un bicchiere di vino rosso locale, aspro e tannico come la pietra di Gubbio. Marco beve, sentendo il calore del vino scendere lungo la gola.

«L'anno prossimo», dice poi, con una voce che non riconosce del tutto come la sua, «voglio stare dentro. Non a guardare.»

Rossana non sorride. Annuisce soltanto, come se lo sapesse già.