Vara care nu a început
B2 · Culture & Travel
L'agosto del 1909 arrivò su Messina come una beffa del destino. Il sole picchiava implacabile sulle lamiere delle baracche, rendendo l'aria densa e irrespirabile, un calore che sembrava voler cancellare ogni traccia di speranza rimasta.
Otto mesi prima, il ventotto dicembre, la terra aveva tremato per quarantadue secondi. Quarantadue secondi che avevano trasformato una città di centomila anime in un cimitero a cielo aperto. I palazzi erano crollati come castelli di sabbia, le chiese si erano frantumate, le strade erano scomparse sotto cumuli di macerie alti quanto case. Si stimava che oltre settantamila persone fossero morte quella mattina, tra le quattro e le cinque, quando la gente dormiva ancora. Il silenzio che seguì il sisma non era pace, era un vuoto assordante.
Carmelo Sgroi aveva quarantadue anni e aveva perso sua madre, due sorelle e un cognato. Aveva trovato sua madre dopo tre giorni di scavo con le mani nude, sotto quello che era stato il portone del palazzo in via Santa Maria Alemanna. Non ne aveva parlato con nessuno, neanche con sua moglie Rosaria, che aveva pianto i propri morti in silenzio accanto a lui. Il dolore era diventato una presenza domestica, un ospite che sedeva a tavola ogni giorno.
Carmelo era il rettore della Vara da dodici anni. La Vara — la grande macchina dell'Assunzione, alta più di dieci metri, ornata di angeli dorati e figure sacre — era custodita in un magazzino del porto. Il magazzino aveva resistito al terremoto per un caso fortunato: stava su fondamenta di roccia basaltica, lontano dalle strade che si erano aperte come ferite nel suolo. La Vara era intatta. Questo era il problema. In una città che non esisteva più, la perfezione di quella macchina sacra sembrava quasi un insulto.
Era il sette agosto quando si presentò nella tenda dove Carmelo dormiva ancora, insieme ad altri tremila sfollati nell'area dell'antico arsenale, un uomo di nome Padre Arrigo. Il sacerdote aveva il viso color argilla e portava una croce di legno grezzo al collo, non quella dorata che aveva sempre esibito prima del terremoto. I suoi occhi erano stanchi, segnati da troppi funerali senza bara.
«Il prefetto vuole sapere», disse Padre Arrigo, senza preamboli, «se la Vara partirà il quindici.» Carmelo lo guardò. Fuori, si sentiva il martellare costante dei carpentieri che costruivano baracche di legno. Messina stava diventando una città provvisoria, una città che sapeva di trucioli, di calce e di polvere di mattoni. Era un cantiere a cielo aperto dove la vita cercava di ripartire tra le rovine.
«Partirà», disse Carmelo, e si stupì lui stesso della propria risposta. Le parole gli erano uscite di bocca prima ancora che potesse riflettere. Padre Arrigo non sembrava convinto. «La gente è ancora sotto le macerie. Alcune contrade non hanno ancora finito di scavare. Come facciamo a fare una festa mentre il lutto ci soffoca?» «Non l'ho chiamata festa», lo interruppe Carmelo, con una durezza che non si aspettava di avere. «È un atto di memoria.»
Ci fu un silenzio lungo, rotto solo dal grido lontano di un venditore ambulante. Poi Padre Arrigo se ne andò senza rispondere, lasciando Carmelo solo con il peso della sua decisione.
Nei giorni seguenti, Carmelo andò al magazzino del porto ogni mattina. Stava lì con la Vara, osservandola. La Madonna in cima — una figura snella, con le braccia leggermente allargate verso il cielo — aveva un'espressione che lui aveva sempre interpretato come gioia. Ora gli sembrava invece una domanda sospesa nell'aria, un interrogativo che non trovava risposta tra le travi di legno del magazzino.
Il dodici agosto, arrivò la decisione del prefetto: la Vara non sarebbe partita. La città era in lutto, le strade non erano sicure, e il governo aveva giudicato inopportuna qualsiasi manifestazione pubblica di carattere festivo. Carmelo lesse il comunicato con la stessa faccia con cui aveva letto la lista dei morti affissa davanti al municipio provvisorio. Non disse niente. Non c'era nulla da aggiungere.
Il quindici agosto, tuttavia, fece una cosa che nessuno gli aveva ordinato e che nessuno gli aveva vietato. Aprì le porte del magazzino. Portò fuori tre sedie di paglia. Chiamò Rosaria e due vicini di tenda, una coppia anziana di Bordonaro che aveva perso il figlio unico. Si sedettero davanti alla Vara, nel calore dell'agosto messinese, tra il profumo di salsedine e di legno vecchio.
Non dissero quasi niente. Rosaria aveva portato qualche fiore secco, raccolto tra le ruine di un giardino che un tempo era stato rigoglioso. Li posò ai piedi della struttura, un piccolo gesto di devozione in un mondo che sembrava aver perso il suo centro. Stettero lì un'ora, forse due. Quando tornarono alla tenda, il vecchio di Bordonaro disse solo: «È stato giusto così.»
Carmelo non sapeva se fosse stato giusto. Sapeva però che la Vara, quel giorno, non era rimasta ferma per indifferenza o per dimenticanza. Era rimasta ferma come si resta fermi davanti a qualcosa che non si riesce ancora a portare, un peso troppo grande per le spalle di una città ferita.
La processione sarebbe ripresa anni dopo, quando Messina avesse ritrovato le forze per trascinarla di nuovo per le strade. E ogni volta che la Vara avanzava tra la folla, Carmelo pensava a quel quindici agosto del 1909, all'unico anno in cui non era partita — e a come, in quel silenzio, avesse detto tutto ciò che c'era da dire.